Echi di vite passate
testimonianze di ipnosi regressiva a Milano


Sono un uomo. Adulto, sporco, con la barba incolta. I polsi sono legati, al collo ho un collare agganciato a un bastone con cui vengo trascinato in avanti. Ho trascorso molto tempo rinchiuso — in prigione, per ragioni che non conosco.
Ora sono su un patibolo, in una piazza. La pedana è alta. Ai miei piedi, un mare di teste: persone venute ad assistere.
Nella folla, in terza fila, c'è una donna. Non so chi sia, eppure lo so: è la donna che amo. Le faccio un cenno con il capo — un cenno che vuole dire è tutto a posto, anche se non lo è. Lei mi guarda, immobile, in silenzio.
Un strattone al collare. Ed è già tutto finito.
Vengo risucchiato delicatamente verso l'alto, nello spazio. Sono solo un'anima — prima raggomitolata su sé stessa, poi distesa, poi improvvisamente investita, pervasa, colmata di un amore caldo, pieno e inspiegabile. Un amore che non ha parole.
Ed è da questo luogo, da questa pienezza, che sento le mie labbra pronunciare:
"Non accetterò mai nulla di meno di questo."


Sono Michael. Insegnante di matematica, trent'anni, smoking nero, scarpe lucide. È il 1940 e sono in una grande sala da ballo a Chester — lampadari enormi, luce calda. Aspetto lei: un'altra insegnante, capelli scuri, vestito elegante.
La guardo entrare e la riconosco nell'anima: anche adesso noi siamo insieme.
Due anni dopo ci sposiamo in un giardino verde e rigoglioso. Lei arriva vestita di bianco e tutto si ferma. Quello che sento è pace. Appagamento vero, pieno, senza incrinature. Sono emozionato.
Mi godo questo momento.
Infine, la matematica non è riuscita ad evitarmi la leva. È il 1943 quando indosso una divisa grigia. Un villaggio sconosciuto, gente disperata intorno. Sono a terra, solo, ho sete.
La vita di Michael, professore di matematica del King's College di Chester, finisce lì, a dodici mesi dal giorno più bello, novello sposo senza figli. Caduto per le strade di Centuripe, un antico villaggio arroccato su una montagna in Sicilia, oggi riposa a Catania, nel War Cemetery.
Il messaggio che porta con sé, attraverso il tempo, è semplice e antico e totale: AMORE. Quel legame spezzato troppo presto non è sparito. In questa vita sono nuovamente una coppia, sposata con un figlio.


Vedo nero. Niente, per diversi minuti. Sono perplesso — mi aspettavo qualcosa di diverso.
Apro gli occhi. Lei dice: non fa nulla, ora sai che puoi sempre farlo.
Li richiudo.
E improvvisamente, so.
So che sono un indigeno di ventotto anni in un tempo senza calendario, arco e frecce, nell'Africa orientale. Sono fuggito da una guerra tra tribù a cui non ho preso parte, e ora sono nascosto qui, in una caverna buia, e sto morendo di fame e di stenti.
Poi salgo. Risucchiato dolcemente verso l'alto, quasi fino allo spazio. Lì mi accoccolo.
Mi cade una lacrima.
Nessun messaggio. Solo calma, lo sblocco emotivo che cercavo, e consolazione.


Sono un menestrello nelle strade di Firenze del 1400. Porto braghe a scacchi colorati e una ghironda tra le mani, e intorno a me i bambini ballano e ridono, si rincorrono, si accalcano. La piazza sa di pane e di polvere.
Il lavoro non mi piace. Non mi è mai piaciuto. Ma ci sfamo i miei cinque figli, a casa, e questo basta.
Viene la sera. Entro all'osteria, il rumore delle voci, il fumo, il vino aspro nell'aria. Qualcuno che conosco mi chiama da un tavolo, mi fa cenno di sedermi. Mi siedo di fronte a lui.
Annuso il pericolo. Troppo tardi.
Con un gesto repentino mi taglia la gola con un pugnale. Sangue per l'onore della moglie. Non c'è tempo per la paura, solo un lampo — e l'ultimo pensiero va ai miei figli, soli.
Poi salgo. Non sono più un corpo, sono solo un'anima che si solleva, leggera. E nella salita sento la voce di mia nonna che mi consola, nella sua lingua.


Ho le scarpe di foggia strana, i pantaloni verdi, uno strano copricapo. La barba, una camicia particolare. Sono un giullare.
È il 1200. Mi sono fatto invitare in questo castello di proprietà di un signore inglese. Io sono scozzese.
Nella sala grande ardono le fiaccole, ma sono solo. Scendo nei sotterranei, curiosando tra le ombre e le pietre umide. Cerco informazioni. È questo il mio lavoro — non far ridere, ma ascoltare. Osservare. Riferire.
Tornato a casa, morirò solo. Ho quarantadue anni e la peste bubbonica non perdona nessuno. Le persiane chiuse, il vuoto intorno. Nessuno accanto.
Mia moglie la amavo. Ma l'ho persa — o forse sono stato io ad andarmene, ad abbandonare la famiglia per questo mestiere oscuro fatto di segreti e travestimenti. Ho scelto le spie invece dei miei figli, e ora pago il prezzo di quella scelta nel silenzio di una stanza buia.
L'insegnamento di quella vita mi risuona nella testa, chiaro e amaro: Fatti i fatti tuoi.
Sono Agata, ho 20 anni e cammino da sola all'imbrunire. E' il 1387.
Mi dirigo in un vicolo dove c'è ancora qualche luce: seguo una strada che conosco.
Imbocco un portico sulla sinistra.
È allora che lo sento, qualcuno alle mie spalle. Male intenzionato, sempre più vicino. Qualcuno che mi conosce.
Allungo il passo e curvo a destra, mentre il buio cala. Una taverna.
Entro: dico qualcosa all'uomo barbuto al banco, alto, massiccio.
Lui e altre persone escono in strada, e ora non c'è più.
Sono al sicuro. L'aiuto che non ho saputo chiedere in questa vita, mi viene mostrato da quella.
Un messaggio chiaro in mente, valido sempre: quando hai paura, fai affidamento sugli altri.




Sono Ali Samir Al Masiz. Dal mio palazzo turco guardo mia moglie organizzare il matrimonio di nostra figlia — occhi scuri, bellissima. Un momento di pienezza.
Poi le mie scelte mi portano nel deserto. Niente palazzo, niente famiglia.
Solo polvere e conseguenze e infine una spada puntata al petto da un bizantino.
È il 1080 e la Terra Santa è un campo di scacchi su cui ho giocato fino in fondo, sacrificando tutto. E ho perso, con rabbia.
Avevo degli ideali veri. Ma il potere mi ha sedotto lentamente, e ho smesso di servirli — me ne sono servito e infine ho perso me stesso.
La caduta non è stata una punizione: è il riflesso esatto di ciò che ero diventato.
E poi, ambizione, potere, orgoglio, sospeso tra le vite non sono più nulla, sento solo pace.


È il 1800. Ho ventiquattro anni e sono a un matrimonio — il mio. Sposo un conte inglese. Vestito ricco e lunghissimo, lo strascico è benessere esibito. Intorno a me sono tutti felici.
Ma non io. Io sento qualcosa di storto dentro, un'ansia sorda, la certezza che lui nasconda qualcosa di oscuro.
Ne avevo parlato con i miei genitori, avevo trovato il coraggio di esprimere le mie perplessità, ma non hanno voluto ascoltarmi, mi hanno obbligata, per questioni di denaro.
Dormiremo separati. I tradimenti sono già tanti.
Sarà una vita triste e solitaria, anche con una figlia.
La liberazione arriva a 46 anni, giù da un burrone — forse suicidio, forse una caduta — mentre il marito è fuori a cavallo.
E in testa l'insegnamento che mi porto in questa vita: bisogna fare le scelte giuste, senza ascoltare gli altri.
È il pomeriggio del giorno di Natale. L'abete addobbato ci fa l'occhiolino, mentre io e mia moglie ci scambiamo tenerezze, un po' brilli dopo il pranzo dai miei.
È il 1957. Io e Cecilia siamo seduti sul divano, il cane ai miei piedi.
Sono ormai lontani i giorni della guerra, le esercitazioni con i commilitoni, diciottenne. Poi la fine degli studi, l'insegnamento in Inghilterra, e il ritorno in Italia, a insegnare Fisica all'Itis.
Sembra poco, detto così. Ma è molto.
È il dono di apprezzare le cose semplici, senza complicarsi la vita.
E quando la vita termina - con un amico accanto - l'abbraccio di due anime affini e un bagno di pace.




Ho dodici anni e sono una ladra.
Le mie mani stringono la frutta rubata dal mercatino della plaza argentina.
Vestita di stracci, sono corsa fino al bosco, dove i rami si sono chiusi dietro di me come una porta. Mi sono persa.
La vita non mi ha trattato con dolcezza.
La mia casa sarà sempre un tugurio, la mia vita sempre povera.
Eppure così magra, con gli occhi azzurri e la carnagione scura, con l'aspetto fragile, ho lottato e scelto.
Ho scelto mio marito, e da quella scelta è nata una figlia, rimasta accanto a me fino alla fine, e un figlio.
Ecco ciò che ho imparato: non conta quanto poco hai tra le mani. Conta chi tieni tra le braccia.
Mostrare affetto ai tuoi cari è la cosa più importante.
Sono una prostituta nel vecchio west. - Bel clichè - interviene la mia razionalità, sempre all'erta.
Ma un clichè smette di esserlo subito: mi trovo seduta in un angolo del saloon — grande, con le porte a libro esattamente come nei film — in pausa. Spalle alla porta.
Mi sto togliendo le scarpe. Sono strette. -Poco sexy - sentenzia l'altra parte di me, protettiva, brontolona, che non molla mai.
Alle mie spalle entra gente sparando per aria. Per festeggiare. Masnadieri — la parola mi esplode in testa come se l'avessi cercata tutta la vita.
In una frazione di secondo giro la testa e li vedo. Poi capisco: colpita alla schiena. Proiettile di rimbalzo.
Mi tirano su. Sono semicosciente. È il barista — un omone alto e barbuto. Siamo amici. Anche oggi.
Per soccorrermi mi adagia sul tavolo grande al centro della sala, pancia in su. Penso: non sono morta.
Errore. Il sangue sgorga silenzioso dal foro d'ingresso, e l'anima lascia il corpo. Mi guardo un'ultima volta dall'alto e poi sempre più su, in pace.




Un mese fa ho deciso di provare una sessione di regressione con Francesca, più che altro per curiosità. Non sapevo cosa aspettarmi, ma quello che ho vissuto è stato molto più profondo di quanto immaginassi.
Fin dal primo momento Francesca si è dimostrata estremamente professionale: ti mette subito a tuo agio, con una calma e una sicurezza che ti permettono di lasciarti guidare completamente nell’esperienza. La sua voce, il modo in cui accompagna passo dopo passo la regressione e l’attenzione che dedica a ogni dettaglio fanno capire che sai di essere in mani davvero competenti.
Durante la sessione è emersa una scena molto intensa. Mi sono visto con la pelle scura, una collana fatta di denti e una grande maschera di legno nera ricoperta di piume di tucano. Stavo correndo nella giungla come se qualcuno mi stesse inseguendo. A un certo punto vengo colpito, cado, e sopra di me compaiono gli occhi di qualcuno che sembra voler capire se sono ancora vivo. Poi il buio… e mi ritrovo dentro una fossa, sospeso tra la sensazione di essere vivo o morto.
Dopo la regressione Francesca mi ha aiutato a comprendere meglio ciò che era emerso. Ho scoperto che quello che avevo visto sembrava collegarsi a un antico rituale della tribù Munduruku, nella zona di Manaus, in Amazzonia: uno dei guerrieri più valorosi incarnava una divinità indossando una maschera sacra, veniva inseguito dalla tribù e alla fine deposto in una fossa simbolica per tornare uomo.
Il messaggio che mi ha lasciato questa esperienza è stato sorprendentemente chiaro: coraggio.
Nei giorni successivi mi sono sentito molto bene, come se avessi recuperato una forza interiore che negli ultimi tempi avevo perso.
È stata un’esperienza affascinante, intensa e per certi versi misteriosa. Se avete anche solo un minimo di curiosità verso la regressione o il mondo interiore che portiamo dentro di noi, vi consiglio davvero di provarla con Francesca. La sua professionalità e la sua capacità di guidarti rendono questa esperienza qualcosa di unico.


Sono una persona razionale e ansiosa. Provo persino un certo piacere nello spuntare sulla mia agenda gli impegni portati a termine. Per molto tempo ho pensato che questo bisogno di avere tutto sotto controllo fosse semplicemente il risultato delle dinamiche familiari che la mia mente conosce.
Eppure, nonostante questa evidente razionalità, l’idea che la nostra anima possa continuare la sua esistenza oltre il nostro presente mi ha sempre affascinata e incuriosita. Ho letto molto sull’argomento, senza mai però pensare di approcciarmi in modo pratico alla regressione.
Poi un giorno ho conosciuto Francesca che, con la sua professionalità ed empatia, mi ha aiutata ad aprire gli occhi e a guardare oltre la nebbia fitta che si trovava alla fine del ponte della mia conoscenza.
Parafrasando Alex Raco:
“oggi so che il caso non esiste e che qualsiasi avvenimento, anche il più semplice, è frutto di un’organizzazione minuziosa dell’universo e delle sue dinamiche.”
Ho pensato allora che anche la razionalità potesse concedersi uno spazio di ascolto verso ciò che non è immediatamente spiegabile, senza rinunciare alla logica, alla concretezza, ma permettendo a me stessa di esplorare una dimensione più profonda.
E così… una di quelle nebbie che offuscavano la mia vista si è diradata.
Mi sono ritrovata ventenne a New York, assassinata con una coltellata al petto da dei malviventi il 24 agosto del 1980. Una data che, tra l’altro, coincide con la mia attuale data di nascita.
Non so dire con certezza se ciò che ho visto e sentito appartenesse davvero a un’altra vita o se sia stato il frutto della mia mente e forse, in fondo, non è nemmeno la cosa più importante.
Quello che reputo straordinario è che, riaprendo gli occhi, non si sono dissolte soltanto le immagini, ma anche un peso che mi portavo addosso senza accorgermene.
Forse non saprò mai se quella ragazza ventenne a New York fosse davvero una parte della mia anima, ma qualcosa in me si è trasformato.
E se lo scopo di queste esperienze è aiutarci a vivere il presente con più consapevolezza, allora per me quel viaggio oltre la nebbia della razionalità ha già compiuto il suo senso.
Perché, in fondo…non è mai la fine!
Le voci di chi ha già intrapreso il cammino di memoria delle vite precedenti.
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