L'acqua che lasci entrare
Se assorbi il malumore degli altri, se torni a casa esausto dopo una cena con un amico nervoso, non hai un dono: hai una soglia più bassa, sei semplicemente più permeabile. L'articolo racconta, attraverso un caso reale, perché proteggersi energeticamente non è egoismo ma sopravvivenza — e perché certi blocchi, a volte, l'ipnosi regressiva alle vite passate aiuta a scioglierli.
7/20/20262 min read
Ho letto un aforisma: "Una barca non affonda per l'acqua che ha intorno, ma per quella che lascia entrare."
Quasi nessuno si chiede: e se io fossi semplicemente fatto di un materiale che lascia passare più acqua degli altri?
Non hai poteri magici. Sei solo permeabile
Non sto parlando di empatia cosmica, aure violacee o "sento le energie" detto con gli occhi sgranati. Sto parlando di una cosa più banale e più scomoda.
Ci sono persone che entrano in una stanza, percepiscono che qualcosa non va, e non saprebbero dirti cosa. Persone che dopo una cena con un amico nervoso tornano a casa esauste, come se avessero fatto quattro ore di palestra. Persone che assorbono il malumore altrui senza nemmeno accorgersene, lo metabolizzano come fosse proprio, e il giorno dopo si sentono giù — di nuovo, senza un motivo loro.
Non è un dono. Non è una maledizione (anche se potrebbe sembrare). È solo una soglia più bassa. Sei più permeabile, tutto qui. E se hai presente le frecce vettore di cui ho già parlato — quelle che, quando una persona sta male, vanno tutte per conto loro e quando incontrano le frecce di un altro gliele scombussolano — beh, tu sei quella che le raccoglie tutte. Anche quelle che non erano dirette a te.
"Aiutare" può ucciderti, letteralmente
Conoscevo una ragazza che aveva un'amica anoressica. Voleva aiutarla. Le stava vicino, cercava di capirla, si immergeva in quel mondo per starle accanto.
È diventata anoressica anche lei.
Non per imitazione stupida, non per moda. Per assorbimento. Si è fatta carico di un dolore che non era suo, lo ha lasciato entrare senza filtri, e quel dolore ha trovato casa dentro di lei come se fosse sempre stato lì.
Questa è la versione estrema di quello che succede, in scala minore, ogni giorno, a chi non sa proteggersi. Se tieni la porta sempre aperta, prima o poi entra qualcosa che non sai più come buttare fuori.
E qui la cosa che a volte fa più rabbia: in quei casi, l'amico non va salvato facendoti carico tu del suo dolore. Va mandato dal dottore. Punto. Non è cattiveria, è l'unico modo per non affondare insieme a lui — che, altrimenti, trascinerebbe giù anche te.
C'è una preghiera, adottata dagli Alcolisti Anonimi, che dice: "Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza." Applicala qui, senza bisogno di essere credente: il coraggio di aiutare chi puoi davvero aiutare con le tue forze, l'accettazione che ci sono dolori che non è compito tuo risolvere, e la saggezza — quella vera, faticosa — di distinguere i due casi prima di buttarti in acqua.
Non è egoismo. È sopravvivenza
So che suona duro detto così. "Proteggiti" sembra un invito a costruire un muro e a fregartene del prossimo.
È l'esatto contrario.
Se sei permeabile, se assorbi tutto quello che ti passa vicino, prima o poi non avrai più niente da dare a nessuno — perché sarai piena di acqua fino al collo, esattamente come quella barca. Non puoi aiutare chi sta affogando se stai affogando anche tu. Puoi solo affogare insieme, in compagnia, il che non aiuta nessuno dei due.
Proteggersi non è smettere di sentire. È smettere di confondere il dolore degli altri con il proprio.
Da dove arriva, questa porta troppo aperta
Perché la mia porta è così facile da aprire?
Non ho una risposta valida per tutti, e non me la sento di inventarmela. Quello che vedo, in regressione, è che a volte quella porta socchiusa ha una storia più lunga di questa vita — un tema che si ripresenta, una missione che travalica lo spazio e il tempo, una sensazione di "già vissuto" anche se non sai dove. Altre volte no, è solo qui, in questa vita, e basta guardarla con più attenzione. In entrambi i casi, il punto resta lo stesso: vedere da dove arriva quella porta aiuta a imparare a chiuderla quando serve.
Non per smettere di sentire il mondo. Solo per smettere di affondare ogni volta che qualcun altro lascia entrare l'acqua.
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