Lavora su di te, ne beneficia tuo figlio:

Ipnosi regressiva alle vite passate per genitori

Vuoi aggiustare tuo figlio? Sbagli domanda — non è rotto.

Quel disagio è un tema che andava incontrato, comunque, in un modo o nell'altro. E il varco per attraversarlo passa da te.

Questo tema non nasce dagli altri. Nasce da me.

Ho una bambina di otto anni, chiusa con gli adulti — anche quelli "sicuri", anche quelli che conosce da una vita. E io, che faccio questo, mastico questo, che ho gli strumenti, che vedo ogni giorno cosa si sblocca in una persona quando va a fondo...per lei non posso usarli. Non con la regressione alle vite passate, almeno.

La tentazione è terribile. Altrettanto terribile è il senso di fallimento: aiuto tante persone a sciogliere nodi vecchi di una vita, e per mia figlia devo affidarmi ad altri. Il classico figlio del ciabattino che gira scalzo.

Poi, parlando con altri genitori — perché capita, e capita spesso — mi sono accorta che la domanda che mi faccio io è la stessa che arriva a me da loro: "Puoi fare una regressione anche a lui? Anche a lei?"

No.

Non lo dico per protocollo, lo dico perché è un principio etico: sui minorenni non si pratica l'ipnosi regressiva alle vite passate. Mai. Nemmeno su richiesta dei genitori. Un bambino non ha gli strumenti né la struttura psichica per elaborare certi contenuti, non è ancora abbastanza ancorato a questa realtà e nessuna urgenza genitoriale autorizza a bypassare questo.

Detto questo — e qui le cose si fanno interessanti — non significa che per il bambino non si possa fare nulla.

Si può. Ma il lavoro lo fai tu.

Il cordone

Fino circa ai 12 anni, i figli sono collegati ai genitori da qualcosa che molti chiamano cordone energetico.

Non è una metafora new age buttata lì per fare scena: è osservazione, ripetuta, di chi lavora su queste dinamiche.

Quel cordone funziona in entrambe le direzioni.

Se tu, genitore, inizi un percorso — che sia massaggio olistico, terapia, meditazione, campane tibetane, ipnosi alle vite passate... qualunque cosa ti porti vero benessere — il tuo bambino lo sente. Non perché glielo spieghi.

Perché lo respira.

Stai più centrato, più calmo, meno reattivo: lui si distende, anche senza sapere perché.

Vale anche al contrario. E qui di solito casca l'asino.

Il cartello al collo

Se sei confuso, arrabbiato, frustrato — se porti avanti un peso vecchio, magari vecchissimo, magari nemmeno tuo ma di chi ti ha cresciuto — è come se camminassi con un cartello legato al collo. Invisibile. Spesso invisibile pure a te.

Ma tuo figlio quel cartello lo legge benissimo.

E non si limita a leggerlo: lo replica. Come una cassa di risonanza, lo amplifica, e te lo restituisce sotto forma di ansia, capricci, somatizzazioni, comportamenti che ti sembrano "del bambino" e invece sono — almeno in parte — tuoi, rimbalzati.

Non è colpa tua. Non è un'accusa. È fisica emotiva, semplicemente.

La mascherina

Conosci quella scena sull'aereo, quando si depressurizza la cabina. La mascherina cade, e la prima istruzione — quella che ogni genitore trova controintuitiva — è: mettila a te, prima di metterla a tuo figlio.

Perché se svieni tu, non puoi salvare nessuno.

Sulla terra, fuori dall'aereo, funziona uguale, solo più lentamente e senza l'avviso sonoro. Lavorare sulle tue ferite, sciogliere i tuoi nodi, non è più "una cosa che farò quando avrò tempo" o "quando sarò più pronta/o".

A partire dal momento in cui hai un figlio sotto i 12 anni, è un dovere genitoriale, esattamente come vaccinarlo o portarlo dal pediatra.

Non te lo dico per farti sentire in colpa — la colpa, lo sai, è la vibrazione più inutile e dannosa che esista.

Te lo dico perché è la leva più potente che hai a disposizione: quella che ti costringe ad affrontare i tuoi demoni, a scalare le tue montagne.

Lo sai come funziona: qualsiasi madre può sollevare un'automobile, se sotto c'è suo figlio.

Cosa puoi fare, davvero

Su tuo figlio non si lavora in regressione. Su di te sì.

E quando lavori su di te — sulla rabbia vecchia, sulla paura che ti porti dietro da prima ancora che nascesse lui, sui nodi che non sai nemmeno nominare — lui ne beneficia. Tu fai il tuo, vedrai che anche il cordone fa il suo lavoro, sessione dopo sessione.

Non stai scegliendo tra "occuparmi di me" e "occuparmi di lui": è la stessa cosa.

P.S. Se hai un figlio piccolo e stai leggendo questo pensando "ok ma io sto bene, è lui il problema" — fermati un secondo in più su quel pensiero.

È esattamente lì che di solito si nasconde il cartello.

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