Il giro della rabbia
Quando ti fanno un torto, hai diritto di arrabbiarti. Ma poi, la rabbia può uscire o restare dentro.
In entrambi i casi, fa danni. Esiste un terzo modo — e parte da molto più lontano di quanto pensi.
Sai cosa succede a una persona che subisce un torto?
Uno di quelli brutti. Non una cosetta da poco — un'ingiustizia di quelle che ci stai male per giorni, o peggio, di quelle che ti cambiano la vita.
Lo sai cosa succede?
Si arrabbiano.
Bella scoperta, dirai.
Sì, ma quello di cui ti parlo non è il solito concetto — sacrosanto, per carità, e che quando me lo sono sentito dire mi ha comunque dato qualcosa — arrabbiarsi è come bere il veleno e sperare che muoia l'altro.
Ti parlo di una cosa che non so se sia codificata da qualche parte, ma che io chiamo il giro della rabbia.
La palla di pelo
In relativamente pochi anni da essere umano curioso — non sono una psicologa né una psicoterapeuta — qualcosina su come funzionano i miei simili l'ho capita.
Una di queste cose è proprio il giro della rabbia.
Una persona che subisce una violenza, un'umiliazione, un'ingiustizia, si ritrova addosso questo grumo. Io lo vedo come una palla. Una di quelle palle di pelo che i gatti ci si strozzano.
Con questa roba puoi farci due cose.
Opzione 1: la sputi.
Diventi rabbioso.
Te la sconti sugli altri.
Poi, se non sei proprio un essere terribile, ti senti in colpa — e così il giro ricomincia, la palla di pelo si ingrossa, ti strozza sempre di più.
Eri la vittima. Diventi il carnefice. Moltiplichi l'ingiustizia.
E la vergogna che ne deriva — perché la vergogna è la vibrazione emotiva più bassa che esiste — ti abbassa di bestia.
Opzione 2: te la tieni.
Quella rabbia rimane dentro e si rivolta contro di te. Magari non lo ammetti neanche con te stesso. Ma da qualche parte ti arrabbi per non esserti difeso, per non aver trovato la frase giusta al momento giusto, per essere rimasto così stupito dall'accaduto da non renderti conto subito di quanto ti stesse facendo male.
Spoiler: fa niente. Se uno ti fa un torto e te ne accorgi quindici minuti dopo, o quindici anni dopo, è comunque un torto. Hai il diritto di essere arrabbiato.
Il problema è che quella rabbia rivolta verso dentro, nel tempo, diventa depressione. Quella voce che ti cazziava per non esserti difeso diventa una voce che ti cazzìa a qualunque ora, per qualsiasi cosa, anche per niente.
Le frecce vettore
Ci sono molti modi per visualizzare come stiamo.
Io immagino che una persona in equilibrio — normonevrotica, diciamo, perché chi sta davvero bene in questo mondo a parte il Dalai Lama? — sia percorsa da frecce vettore che puntano tutte nella stessa direzione. Una direzione sua, magari non perfetta, ma coerente.
Quando stiamo male, le frecce vanno in disordine. Un po' di qua, un po' di là. E quando incontriamo un'altra persona, le nostre frecce confuse sbattono contro le sue e gliele rimescolano.
Due ottimi modi per propagare il dolore, insomma.
Allora?
Allora questa roba va integrata, come dicono quelli bravi.
Prima opzione: vai dal terapeuta. Funziona. Ci vogliono gli anni, ma funziona.
Seconda opzione: meditazioni per lasciar andare. Sembra strano, funziona anche quello. Ci vuole dedizione. Su piccoli torti — grazie al cielo — l'ho testato in prima persona. Fa il suo.
Terza opzione: per noi donne lavoratrici impegnate che non hanno tempo per queste menate.
Ipnosi regressiva alle vite passate.
Cosa succede in una seduta
A seconda di quanto è tosta la situazione, puoi vedere una o più vite — scelte rigorosamente dalla tua anima. Scopri qual è l'insegnamento che si porta quel tema, quali altre tue esistenze si sono già misurate con l'ingiustizia, la violenza, il sopruso. Scopri le tue relazioni karmiche con chi ti ha portato quel dolore. E sciogli i nodi.
Non ti dico che il passato sparirà.
Mi spiace, vorrei, ma non posso mentirti. Quello che c'è stato, rimane.
Ma tu — tu vedrai tutto con occhi diversi. E auspicabilmente, smetterai di bere la tua cicuta sperando che il mal di pancia venga a un altro.




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