Quella sedia che ti aspetta a un tavolo che non conosci ancora
Ti capita di sentirti "una frana" anche quando, in realtà, brilli? Scopri come la regressione alle vite passate aiuta a sciogliere la svalutazione cronica e a riconoscere la sicurezza di sé e la competenza che, in un'altra esistenza, erano già tue. Un caso reale di crescita personale e consapevolezza attraverso l'ipnosi regressiva.
7/15/20263 min read
Hai mai intravisto, anche solo per un istante, la persona che potresti diventare — e poi hai fatto finta di non averla vista?
Capita più spesso di quanto pensiamo. Arriva in un momento qualunque: a una festa dove non conosci nessuno e, senza nemmeno accorgertene, finisci per tenere banco, scoprendoti più interessante di quanto sei abituata a pensarti. Oppure a un evento di lavoro, dove le cose vanno benissimo, sei brillante, le persone ti ascoltano — mentre a casa qualcuno ti ha fatto credere, giorno dopo giorno, che sei una frana. Per un tempo breve, in quei momenti, ci vediamo diversi. Più sicuri, più capaci, più al posto giusto. Poi torniamo a casa, e quella visione si spegne: torniamo a essere quelli di sempre, quelli che si svalutano, che restano in un lavoro che li frustra, che chiedono scusa per come parlano prima ancora di aver detto qualcosa.
Non c'è pace per chi ha intravisto la persona che può diventare. Ed è proprio questa mancanza di pace, questo disagio sottile e costante, il segnale che qualcosa, da qualche parte, sa già chi potremmo essere — anche se la vita di tutti i giorni sembra raccontarci un'altra storia.
Il problema non è sempre in questa vita
Quando incontro una persona che si svaluta cronicamente, che si scusa di esistere prima ancora di parlare, che sente di non valere abbastanza per cercare qualcosa di meglio, io non vedo la frana che vede lei. Vedo un gomitolo di sofferenza, aggrovigliato, pieno di nodi che si sono stretti uno sull'altro nel tempo, senza che nessuno li guardasse mai da vicino.
La regressione, certe volte, è proprio questo: lo snodare quel gomitolo. I fili si allentano, prendono spazio, si distendono. E da lì, una volta sciolti, puoi riavvolgerli senza nodi, in un gomitolo liscio. Non sempre la matassa è iniziata in questa vita. A volte arriva da molto più lontano, e la regressione alle vite passate serve esattamente a questo: andare a vedere da dove parte il primo nodo, quello che nel presente non ha alcuna spiegazione logica.
Una sessione, una scoperta
Qualche tempo fa ho accompagnato in regressione una donna che, in questa vita, fatica enormemente a riconoscersi un valore. Lavora in un impiego che la frustra, ma non si concede nemmeno di immaginarne un altro. Si scusa per come parla. Si fa piccola.
In quella sessione si è ritrovata in un'altra epoca, in un'altra città, in un altro corpo. Era un uomo sulla trentina, in una grande città del Nord Europa, fine Ottocento. Scarpe eleganti, panciotto, baffi curati. Lavorava nell'import-export, trattava con i clienti, concludeva affari in un caffè dove si fumava il sigaro e si beveva tè in tazzine raffinate.
E qui arriva il punto centrale di tutta la sessione, la frase che è uscita spontanea, senza che nessuno la suggerisse: era competente.
Non "aveva avuto successo", non "era bravo". Era competente. Lo sapeva, lo sentiva, lo abitava senza sforzo. Trattava con sconosciuti, gestiva relazioni d'affari, era a suo agio in un mondo che richiedeva sicurezza di sé — la stessa sicurezza che, in questa vita, sembra non riuscire a trovare.
Cosa significa, in pratica
Non mi importa stabilire se quella scena sia un ricordo letterale o un'immagine simbolica costruita dalla mente per raccontare qualcosa di vero in altro modo. Quello che conta è l'effetto che ha avuto.
Quella donna ha incontrato, dentro di sé, una versione di sé che sapeva di valere. Che non chiedeva scusa per essere seduta a quel tavolo. Che trattava da pari con chi aveva davanti, senza sminuirsi.
Ci sono sedie che ci aspettano a tavoli che ancora non conosciamo: a volte sono nel futuro, in una vita che non abbiamo ancora vissuto. Altre volte, semplicemente, ci siamo già seduti a quel tavolo, in un'altra epoca — e lo abbiamo dimenticato.
Riconoscere, non costruire da zero
Ciò che succede in questo tipo di sessioni non è insegnare a qualcuno a essere sicuro di sé, come se la sicurezza fosse un'abilità da acquisire da zero, un mattone alla volta. È molto più semplice, e molto più radicale: è far riconoscere a quella persona qualcosa che, in fondo, già sa.
Non si tratta di convincere qualcuno a credere di valere. Si tratta di mostrargli che da qualche parte, in qualche tempo, quella competenza esisteva già. Che non è un'invenzione, non è positività forzata, non è un mantra ripetuto davanti allo specchio. È memoria.
E una volta che quella memoria torna a galla, anche solo per la durata di una sessione, qualcosa cambia.
La sedia è già pronta
Se ti riconosci in questa storia — se ti capita di sminuirti, di accontentarti, di sentirti fuori posto in una vita che dovrebbe essere tua — prova a chiederti: questa sensazione, è davvero tutta tua, o appartiene a un'epoca diversa, a una storia che hai dimenticato di aver già vissuto?
Da qualche parte, in qualche tempo, potresti già essere stato competente, sicuro, capace. La sedia a quel tavolo potrebbe non essere da costruire, ma soltanto da ritrovare.
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