Mono no aware: perchè l'anima sceglie di incarnarsi in qualcosa che finisce
Mono no aware è la parola giapponese per quella malinconia dolce davanti a qualcosa di bello che sta finendo. Ma cosa c'entra con l'anima e la reincarnazione? Forse tutto: l'impermanenza non è il problema dell'esistenza corporea. È il motivo per cui l'anima sceglie di incarnarsi.
6/24/20262 min read
C'è una parola giapponese che non ha traduzione esatta.
Mono no aware.
In italiano ci avviciniamo con "impermanenza" — ma è come tradurre una poesia parola per parola. Il senso arriva, ma qualcosa si perde.
Mono no aware è quella stretta al petto quando guardi i ciliegi in fiore e sai già che cadranno (i giapponesi almeno, a Milano abbiamo i fastidiosissimi pioppi allegenici). È la malinconia dolce di una cosa bella, proprio perché sai che non dura. Non è tristezza. Non è gioia. È tutte e due insieme — e ha un nome solo in giapponese perché loro ci hanno pensato sul serio.
Perché un'anima dovrebbe scegliere di incarnarsi in un corpo che invecchia?
In un posto dove le persone muoiono, le relazioni finiscono, i momenti belli passano senza chiedere il permesso?
La risposta che ho trovato — dentro le sessioni — è questa: perché è esattamente per quello che viene.
L'anima, nella sua forma pura, non ha attrito. È leggera, luminosa, sa quello che deve sapere. Ma sapere qualcosa e sentirla non è la stessa cosa.
Puoi sapere cosa vuol dire perdere qualcuno. Ma non lo sai davvero finché non lo perdi. Puoi sapere cosa vuol dire amare. Ma non lo sai davvero finché non ami qualcuno che poi finisce — o che potrebbe finire — o che un giorno non ci sarà più.
Il corpo è denso. Lento. Fragile. Imperfetto.
Ed è proprio quella densità che trasforma la comprensione in esperienza.
È quella che fa la differenza.
Il ciliegio non piange i suoi fiori.
Ma tu sì — e questo è il punto.
Quella stretta al petto davanti a qualcosa di bello che sta per finire non è un difetto del sistema. È la prova che il sistema funziona. È la prova che hai amato.
Perché mono no aware non lo senti davanti a qualcosa che non ti importa. Lo senti davanti a tuo figlio che cresce troppo in fretta. Davanti a una sera d'estate che sai già che non tornerà uguale. Davanti a qualcuno che ami e che è già diverso da com'era ieri.
Se non lo senti, non hai amato abbastanza. O non ti sei permesso di farlo.
La morte, nelle regressioni, non fa paura.
Quello che fa male — quando fa male — è guardare indietro sapendo che qualcuno resterà da solo. Qualcuno che soffrirà per la tua assenza.
Il dolore non è per sé. È per chi rimane.
Il dopo, invece, è caldo. Luminoso. Pieno di amore. Spesso è la parte più sorprendente della sessione.
E chi ha vissuto una vita tenendosi a distanza — da una persona, da un sentimento, da se stesso — a volte in quel momento si scioglie.
Come se la distanza che si era costruita per proteggersi smettesse improvvisamente di avere senso.
Quello che emerge non è rimpianto. È connessione.
Persone riservate, che si erano negate questa possibilità per anni, che avevano sempre tenuto un vetro tra sé e gli altri — dopo una sessione si ritrovano ad abbracciare, a piangere insieme a qualcuno con cui non erano mai riuscite ad andare oltre la superficie.
Non perché abbiano deciso di farlo. Perché quella barriera, semplicemente, non serve più.
L'impermanenza non è il problema.
L'impermanenza è il punto.
È il motivo per cui questa vita vale la pena di essere vissuta con tutto il peso che ha. Con i rischi che ha. Con la possibilità di perdere, di sbagliare, di soffrire.
Perché solo qui — in questo posto denso, lento, imperfetto — puoi sentire davvero cosa vuol dire che una cosa è bella.
Proprio perché passa.
Se senti che c'è qualcosa che non hai ancora guardato abbastanza — in questa vita, o in un'altra — contattami. Iniziamo da una chiamata conoscitiva gratuita.
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